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Personaggi di Vallata : :

Alberto Burzio
Giornalista-Scrittore

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Personaggi di Vallata

Alberto Burzio
(Barba Bertu)

Giornalista-Scrittore

ALBERTO BURZIO, IL GIORNALISTA-SCRITTORE
CHE AMA LE PERSONE SEMPLICI

Frassino - Valle Varaita
Telefono : (+39) 0175 976102
Cell (+39) 347 5825566

Continua la pubblicazione di alcune "Storie di vita", raccolte da Alberto Burzio negli ultimi 30 anni.
L’intervista è del dicembre 1999.

  • 10 - ELISABETTA FABIANO, consacrata a Dio fra i poveri: «Anch’io mi innamoro»

    ELISABETTA FABIANO, consacrata a Dio fra i poveri: «Anch’io mi innamoro»

    SALUZZO – Elisabetta Fabiano, 32 anni, milanese d’origine, ha compiuto una scelta “controcorrente”: ha fatto voto di castità e si è consacrata a Dio.
    Elisabetta, una folta chioma bionda, la faccia paffuta ed un sorriso inconfondibile, ha un carattere gioioso: la sua voglia di vivere viene fuori ogni due parole.
    Come lei, conosciamo solo un’altra persona: è il piaschese Luca Margaria (ex panettiere e ora Frate Cappuccino in Valle d’Aosta), sempre sorridente. Elisabetta e frate Luca, molto frequentemente, intercalano i propri discorsi con sonore risate.
    Elisabetta ha due fratelli, i genitori sono pensionati, arriva da una famiglia che lei dipinge «molto unita ed abbastanza religiosa».

    L’INCONTRO CON DON NICO
    Come è finita a Saluzzo dalla Lombardia?
    «Dopo aver frequentato il Liceo artistico, 14 anni fa ho conosciuto don Nicola Demartini, sacerdote della Diocesi saluzzese, che era venuto a Milano a predicare un corso di esercizi spirituali per religiose». L’incontro con don Nico cambia la vita della giovane Elisabetta: «Mi ha aperto una nuova possibilità, io ero in ricerca: contenta della vita che conducevo, però sentivo dentro di me che non ero pienamente soddisfatta, che la mia vita non aveva ancora assunto un significato profondo, tale da dare un senso alla mia esistenza. Ero un po’ insoddisfatta insomma, e l’incontro con don Nico, sacerdote molto aperto, mi ha aperto nuove prospettive».
    Don Demartini comunica a Elisabetta Fabiano l’intenzione di dare vita ad una Comunità di persone per vivere insieme e condividere sia la vita spirituale che l’apostolato: «Una comunità di uomini e di donne per testimoniare il Vangelo».

    IL VILLAGGIO DELL’AMICIZIA
    Nel 1993, Elisabetta Fabiano entra ufficialmente a far parte del “Villaggio dell’amicizia” di Costigliole: il 3 giugno per la precisione.
    «Eravamo una dozzina di ragazze che si preparavano alla consacrazione religiosa, due sacerdoti, una famiglia e diverse persone che ruotavano intorno alla Comunità. Una comunità molto vivace, aperta ai problemi degli altri e a cercare forme nuove per annunciare il Vangelo».
    Il “Villaggio dell’amicizia, nato per l’evangelizzazione, in concreto porta avanti dei piani di pastorale parrocchiale, da proporre a diversi parroci, soprattutto fuori dalla nostra Diocesi «e noi eravamo di sostegno per portare avanti questi progetti».
    «La Comunità – sottolinea la bionda Elisabetta – viveva una forte spiritualità, con diversi momenti di preghiera, di condivisione… alcune di noi lavoravano in Comunità, altre fuori, in quanto quasi tutte studiavamo. Diversi erano i gruppi e le persone che venivano al “Villaggio” per fare degli incontri».
    Ma sei anni fa, nel novembre 1993, don Nico Demartini muore improvvisamente. Quando lui viene a mancare, il “Villaggio dell’amicizia” si trova ad affrontare una grossa crisi: «Era una comunità giovane, senza una grossa tradizione alle spalle ed i problemi economici hanno pesato molto su di noi. Con il tempo, piano piano si è perso lo spirito originario che era quello dell’evangelizzazione… così è successo che diverse persone hanno fatto altre scelte di vita, ritornando a casa propria».
    E lei, Elisabetta, che fine ha fatto?
    «Io ero rimasta affascinata dal sogno di don Nico, di una comunità che nel piccolo vivesse l’esperienza della Chiesa primitiva… cioè di uomini e di donne consacrati, dediti al servizio degli altri e all’annuncio del Vangelo. Il sogno coltivato con don Demartini per parecchi anni, lo porto ancora dentro di me ed attualmente lo vivo con la mia amica e compagnia di esperienza Mariangela Calamia, che insegna religione alla Scuola d’arte».

    IL SOSTEGNO DI MONSIGNOR BONA
    Dopo un periodo difficile, l’incontro con monsignor Diego Bona, appena arrivato in Diocesi: «Don Diego, venuto a conoscenza del momento difficile che stavamo vivendo, si è preso molto a cuore la nostra situazione e ci ha aiutate a maturare nel nostro cammino, facendo un po’ di chiarezza. Il vescovo ci ha seguite in tutti questi anni fino a proporci una consacrazione all’interno della Diocesi, il noto “Ordo Virginum” (ordine della vergini), la prima forma di consacrazione femminile che risale ai tempi degli Apostoli e consiste nel dono della propria vita al Signore, al servizio della Diocesi».
    Elisabetta Fabiano, come le sue “sorelle”, ha fatto un voto di castità, con l’impegno della verginità perpetua: «È il dono della nostra vita a Gesù Cristo, il nostro sposo».

    REAZIONI CONTRASTANTI
    La vostra scelta che tipo di reazioni suscita?
    «Tra le persone che incontriamo, c’è chi resta sorpreso; c’è chi è più critico; c’è chi capisce e condivide».
    In famiglia come l’hanno presa?
    «Nella mia famiglia, la mia vocazione, un po’ tortuosa, è sempre stata seguita. Sono restati un po’ scettici perché io non entravo a far parte di una Congregazione, di un modo cioè già prestabilito di vivere il Vangelo, ma la nostra è un po’ tutta un’esperienza nuova che dobbiamo inventare giorno per giorno.
    Quando poi i miei familiari mi vedono felice e realizzata, allora capiscono e sono meno scettici».
    Aveva un fidanzato prima?
    Elisabetta ride: «Sicuramente ero una ragazza come tutte le altre! E lo sono ancora adesso… Lui è stato un po’ sorpreso, però poi, conoscendomi bene, ha capito che questa era la mia strada. E così ho troncato ogni rapporto con lui».
    Da Milano a Saluzzo, che differenza c’è?
    «Una grandissima differenza. Milano è una metropoli, una città che accoglie persone che arrivano da ogni angolo del pianeta, ha un grande respiro culturale, etnico… Qui in provincia di Cuneo si respira molta più chiusura e diffidenza verso le persone che arrivano da fuori».
    E in positivo?
    «Qui a Saluzzo la vita è più vivibile, a Milano i ritmi sono frenetici».

    L’IMPEGNO IN CARITAS
    Elisabetta Fabiano è impegnata, come lavoro, alla Caritas diocesana: «Mi occupo della formazione degli obiettori di coscienza, collaboro in segreteria e do una mano nelle varie necessità. Il discorso della formazione degli obiettori (attualmente, da noi sono sei) è interdiocesano, cerchiamo di accompagnarli e sostenerli nel loro servizio, a fianco delle persone più deboli ed emarginate: lo sforzo nostro è di trasmettere i valori della nonviolenza, della pace, della solidairetà. Inoltre, do una mano nell’organizzare la “Scuola di solidarietà”, i convegni e pure, di questi tempi, una mostra itinerante sulle diseguaglianze fra il nord e il sud del mondo».
    Elisabetta è impegnata anche in Casa di prima accoglienza: «L’esperienza è molto “ricca”, perché vieni a contatto con molte povertà. Le povertà di oggi? Molti immigrati, ma anche parecchi italiani che vivono dei forti disagi: non hanno il lavoro, non hanno la casa, sovente hanno problemi relazionali con gli altri».
    L’entrare in contatto con queste persone, cosa insegna?
    «La cosa più importante è che sono riconfermata nella gioia della scelta di vita che ho fatto. Il Vangelo parla soprattutto dell’accoglienza, dei poveri, degli “ultimi”: entrare in contatto con loro per me è un arricchimento, perché capisco sempre di più che il senso della vita è aprirsi agli altri: più ci apriamo agli altri, più usciamo da noi stessi, dai nostri piccoli problemi, ed impariamo a guardare ai problemi delle altre persone».
    Ha mai avuto dei dubbi sull’esistenza di Dio?
    «Sull’esistenza di Dio, mai».
    Dio l’ha delusa qualche volta?
    Elisabetta sorride: «Tante volte ho fatto delle richieste non esaudite. Io credo, comunque, molto nell’efficacia della preghiera. La preghiera è un potente mezzo di conversione, quando preghi ti poni di fronte ad un Altro che non sei tu, è un mezzo per uscire da noi stessi: e più usciremo da noi, più ci salveremo!».
    Quali sono le difficoltà ed i problemi più frequenti?
    «Tante volte non mi sento coerente: ho messo il Vangelo di Gesù sopra di tutto, ma mi accorgo della mia fragilità umana e del mio egoismo».
    Anche voi avete delle debolezze?
    «Certo – Elisabetta esplode in una sonora risata – anche noi consacrate siamo degli esseri umani!».
    Il peso della solitudine lo avvertite?
    «Per me, stare in mezzo agli altri è la cosa più bella, perché è il condividere la vita con altre persone, le gioie e le difficoltà».
    Voi, nella vostra scelta “controcorrente”, restate sempre delle donne. Il desiderio di avere una famiglia vostra non lo sentite?
    «L’ho avvertito molto spesso. L’ho avuto, ce l’ho e credo continuerò ad averlo. La mia famiglia oggi è con Mariangela, però io sono una donna, e la donna è fatta per essere sposa e madre. Sento queste mancanze ma mi ritengo normale».
    E come la vive?
    «A volte con profonda fatica, altre volte questa fatica mi fa capire in profondità il valore della mia scelta di vita: che è il vivere per gli altri, il “fare famiglia” con tutte le persone che Dio mi mette accanto, e per le quali io voglio essere sorella e madre».

    “LA CHIESA E’ MOLTO MASCHILISTA”
    Le è già successo, o pensa potrà accadere, di innamorarsi di qualcuno?
    «Conoscendomi, sì: l’innamoramento fa parte della nostra natura umana. Ma non mi fa paura, per niente: so che la vita è fatta anche di questo, per cui non sono spaventata. Io non vivo quest’idea come un problema: io credo che una donna consacrata come me deve imparare a vivere in modo bello, intenso e vero l’amicizia con l’uomo: ovviamente con sbocchi diversi!».
    La Chiesa, oggi, non è ancora molto maschilista?
    «Molto. E anche molto maschile, sia nell’organizzazione pratica, che è “clerico-centrica”, sia nell’annuncio della Parola, fatto il più delle volte da uomini! Ci sarebbe un grande lavoro da fare, per recuperare tutta la valenza del vissuto femminile…».

    «PIU’ UMILTA’ E PIU’ POVERTA’»
    In cosa crede che la Chiesa debba cambiare per affrontare le sfide del Duemila?
    «Innanzitutto, la Chiesa cattolica dovrebbe essere più umile ed ascoltare di più quei discorsi che sono pronunciati fuori dalla Chiesa e che, sovente, contengono delle grosse verità. Verità che possono rendere più ricca la Chiesa.
    Poi – conclude Elisabetta – c’è il discorso della povertà, che non è un “optional” del Vangelo, ma è la condizione fondamentale e necessaria perché la Parola di Dio possa essere annunciata ed ascoltata. Ma la Chiesa dovrebbe avere il coraggio di compiere dei grossi gesti di rinuncia delle ricchezze e di testimonianza, di solidarietà reale verso i poveri.
    La discriminante non è la porta delle nostre chiese, ma l’amore verso il povero; lo dice anche il Vangelo e chiaramente: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete ospitato…”. Il Vangelo non parla né di culti, né di riti, né di liturgie».

    L’intervista e’ del dicembre 1999
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